C’è una parola che il sindaco Valerio Vesprini ripete spesso: squadra. La usa nei discorsi pubblici, nelle conferenze stampa, nei ringraziamenti rituali di fine intervento. Eppure, ascoltando la conferenza di fine anno e ripensando al consiglio comunale della sera precedente, l’immagine che emerge è un’altra: quella di un sindaco che parla sempre e solo lui, mentre il resto, assessori e Consiglieri, restano in rigoroso silenzio.
La squadra che non parla
In conferenza stampa il copione è stato lo stesso di sempre: un lungo intervento del sindaco, dettagliato, per certi versi appassionato, ma senza un reale contributo degli assessori su atti e obbiettivi. Nessuna voce autonoma, nessuna delega che prenda parola, nessun racconto corale dell’azione amministrativa.
Ancora più evidente la sera prima in Consiglio Comunale (ottolineato come un costume dall’ex sindaco Nicola Loira): nelle dichiarazioni di voto sul bilancio, i capigruppo di maggioranza hanno fatto scena muta. Nessuna difesa politica delle scelte, nessuna spiegazione, nessun confronto con le critiche dell’opposizione. A parlare è stato solo Vesprini.
Se il lavoro è davvero di squadra, perché la squadra non parla mai? E se non parla, è perché non può o perché non sa cosa dire?
Un bilancio senza il sociale
Nel lungo racconto dei numeri, dei milioni intercettati, dei cantieri e delle opere strategiche, colpisce un’assenza pesante: il sociale. Zero parole su povertà, disagio economico, famiglie in difficoltà, anziani soli. Eppure i dati parlano chiaro: anche a Porto San Giorgio le richieste di aiuto aumentano, i servizi sociali sono sempre più sotto pressione, le fragilità non sono più marginali.
Nel bilancio raccontato dal sindaco non c’è spazio per chi fatica ad arrivare a fine mese. C’è spazio, invece, per l’efficienza amministrativa, per il rispetto delle scadenze, per la virtuosità contabile. Tutto legittimo, per carità. Ma un bilancio non è solo un documento tecnico: è una scelta politica. E quando il sociale non viene nemmeno nominato, il messaggio è chiaro.
La città che balla mentre qualcuno resta indietro
La visione che emerge è quella di una città-vetrina, viva se balla, se brinda, se riempie una piazza per un evento. Una città giudicata “in salute” e anche passeggiare tra le bellezze dei viali con fioriere colorate, un nuovo lungomare che fa venire voglia di selfie, di partecipazione, di associazionismo, di consulte che non sono solo sulla carta. Il rischio è quello di raccontare una Porto San Giorgio dove va tutto bene, mentre sotto la superficie crescono solitudini, precarietà e disagio. E su questo, dalla conferenza di fine anno, è arrivato un silenzio assordante.
Alla fine resta una sensazione: un sindaco molto presente, forse troppo solo (politicamente parlando), e una città raccontata più per ciò che mostra che per ciò che vive davvero. Il 2026, indicato dal sindaco come anno decisivo perché ad oggi tagli di nastro non ce ne sono stati, potrebbe allora essere l’occasione per cambiare passo: più voci, più confronto, più attenzione alle fragilità. Perché una città cresce davvero solo quando la politica smette di parlare da sola e torna ad ascoltare.
Buon anno da portosangiorgiotoday.it