A Porto San Giorgio il commissariamento del Pd nel Fermano non è un fulmine a ciel sereno. È piuttosto l’eco di un malessere che attraversa da anni i partiti tradizionali, a sinistra come a destra. Un “virus” politico che ha già colpito anche Forza Italia e Lega, lasciando dietro di sé strutture svuotate, simboli custoditi gelosamente e sempre meno partecipazione reale.
Non deve stupire, dunque, se anche sotto il cielo sangiorgese i partiti arrancano. Da tempo vivono una stagione di reggenze di facciata (a volte anche familiari), di equilibri cristallizzati, di leadership che si tramandano più per consuetudine che per confronto. E mentre dai palchi dell’opposiziine si critica il civismo come fenomeno opportunista o poco identitario, non si è ancora compreso che le liste civiche, spesso, non sono altro che il “dribbling” di chi trova le porte dei partiti chiuse.
Il civismo non nasce per caso. Nasce quando un sistema non assorbe energie nuove. Quando i simboli diventano proprietà di pochi e quando la militanza si trasforma in fedeltà personale.
Se oggi Valerio Vesprini è un sindaco civico, lo si deve anche alle scelte – o alle mancate scelte – del Pd nell’era di Nicola Loira. In quegli anni non si è costruito il “dopo”. Non si è pensato a un ricambio strutturato, a una palestra politica capace di formare. Quando non prepari il futuro, il futuro si organizza da solo.
Tra un anno Porto San Giorgio tornerà al voto. E il toto-nomi già rimette in circolo figure che tengono i fili della politica locale da trent’anni. Loira, Ciabattoni, Brignocchi. Nomi che raccontano esperienza, certo, ma anche la difficoltà a immaginare un passaggio di testimone reale, un futuro, nuove idee per la cittá (se lo volevano si sarebbero dimessi per far fare esperienza consiliare a qualche non eletto).
Non è diverso nel centrodestra. Se si parla di partiti, tornano sempre gli stessi riferimenti: Agostini, Vitturini, Marinangeli, Del Vecchio. Volti e cognomi che affondano le radici negli anni ’90. Segno di continuità? O segnale di immobilismo che ha portato in Consiglio nuovi volti col timbro del civismo?
Il punto è semplice quanto scomodo: i simboli politici sono diventati feudi personali (succede anche a livello provinciale, Cesettu, Marcozzi, Putzu).. Il ricambio generazionale non è un processo naturale ma un evento straordinario, spesso ostacolato, e chi è bravo e lungimirante esce dallo schema trovando consensi (Calcinaro insegna). I partiti non sono più laboratori, ma contenitori. Non sono più scuole di politica ma stanze di compensazione.
Il cambiamento generazionale si realizza solo con la partecipazione vera, con la condivisione delle decisioni, con il coraggio di fare un passo di lato. Ma questo è difficile in un’epoca di disaffezione e ancora più antipatico per chi considera la politica una posizione da difendere più che una responsabilità da esercitare.
Allora come stupirsi se, a ogni tornata elettorale, nascono raggruppamenti civici? Non sono il male assoluto. Sono, piuttosto, la risposta – talvolta confusa, talvolta opportunistica – a un sistema che non apre.
Forse la domanda non è perché nascano le liste civiche. La domanda è: perché i partiti non riescono più a essere casa?
S.ma.
