Non è il costo delle rette. Non è una crisi gestionale. E nemmeno una scelta improvvisa. La chiusura della Scuola Canossiane parte da un dato freddo, oggettivo e inesorabile: calo costante delle iscrizioni. Classi con una manciata di alunni che non permettono di coprire i costi con bilanci che, anno dopo anno, sono scivolati sotto la linea di galleggiamento. Quando una scuola si ritrova con gruppi sempre più esigui, il problema non è organizzativo: è strutturale. E alla base c’è un fenomeno che non riguarda un singolo istituto ma l’intero Paese: il crollo delle nascite.
Porto San Giorgio dopo il minimo storico del 2022 con appena 57 nuovi nati, nel 2024 ha registrato una e risalita a 80. Un segnale? Forse. Ma non sufficiente a invertire una tendenza.
Per anni si è guardato alle scuole paritarie come realtà più fragili, esposte ai costi e alle dinamiche del mercato. Oggi però il problema comincia a bussare con forza anche alla porta della scuola pubblica. I numeri delle iscrizioni all’anno scolastico 2026/27 che si chiudono proprio in queste ore, parlano di meno di cinque bambini alla prima del capoluogo. Meno di cinque. Un numero che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato impensabile.
Non è più una questione ideologica tra pubblico e paritario. È una questione demografica, uuna questione di comunità. Una città con sempre meno bambini è una città che invecchia, che restringe i servizi, che perde vitalità. Le scuole sono il primo termometro di questo cambiamento. Quando chiude una scuola non si spegne solo un’aula: si spegne un pezzo di futuro.
La chiusura delle Canossiane diventa così un simbolo. Non tanto di una difficoltà gestionale, quanto di una trasformazione profonda del tessuto sociale. Meno famiglie giovani, meno nuove coppie, meno nascite che a loro volta nascondono un’altro neo della cittá: il caro case e la scomparsa di immobiki in affitto per le giovani coppie costrette ad andare altrove per costruire il loro domani.
La domanda vera allora non è perché chiude una scuola. La domanda è: che città stiamo diventando?
Perché se oggi il problema è di un istituto paritario, domani potrebbe riguardare plessi pubblici. E dopodomani l’intero sistema dei servizi pensati per l’infanzia e l’istruzione. Finché non affronteremo seriamente la questione demografica — con politiche di sostegno alla famiglia, alla casa, al lavoro stabile — continueremo a commentare chiusure come fossero episodi. La scuola chiude perché mancano i bambini. E quando mancano i bambini, manca il futuro. S.Ma.
