di Stefano Marilungo
Le sentenze si rispettano. Punto. E quella del Consiglio di Stato sulla gestione del porto turistico di Porto San Giorgio non fa eccezione. Ora spetta alla maggioranza, agli uffici comunali, a SGDS e ai legali individuare la strada amministrativa corretta per adeguare la scelta dell’affidamento in house ai rilievi contenuti nella pronuncia dei giudici.
Una sentenza amministrativa, va precisato, che non trasforma automaticamente la scelta politica di Vesprini & co in qualcosa di sbagliato. Non dice che la SGDS non possa gestire il porto. I giudici dicono: se il Comune vuole affidare la struttura alla propria partecipata non può farlo in maniera temporanea ma deve costruire e dimostrare la bontà dell’affido sul piano amministrativo, economico e strategico perché quella soluzione sia conveniente per l’ente e per la collettività. È una differenza tutt’altro che marginale.
La gestione pubblica del porto non è un’eresia amministrativa. Basta guardare ad altre realtà italiane: da Numana a Senigallia, da Capri a Imperia dove modelli pubblici o partecipati convivono con la gestione di importanti infrastrutture portuali. Il problema non è dunque il principio dell’in house. Il problema è come lo si costruisce, come lo si motiva e soprattutto quale progetto di sviluppo si mette sul tavolo.
Ed è qui che la sentenza può diventare un’opportunità, anziché soltanto un problema.
Se SGDS dovrà continuare a gestire il porto, non basterà più dire che lo ha fatto bene nell’ultimo anno. Occorreranno numeri, piani economici, investimenti, obiettivi, sostenibilità finanziaria e una strategia capace di spiegare quale porto si vuole costruire nei prossimi anni. Un progetto industriale vero, non una semplice proroga amministrativa. Ma come dichiarato dal sindaco la domanda è: come si può realizzare tutti ciò quando la struttura portuale non è stata ancora incamerata dal Demanio?
Fin qui il merito della questione.
Poi c’è la politica. E qui la vicenda diventa decisamente più surreale perché a sventolare le quindici pagine della sentenza del Consiglio di Stato sono oramai da ore soprattutto gli uomini del Partito Democratico, a cominciare dall’ex sindaco Nicola Loira. Nulla di male, naturalmente, nel richiamare una sentenza quando questa mette in discussione un atto dell’Amministrazione avversaria. Fa parte del gioco politico. Ma esiste anche una cosa che si chiama memoria amministrativa.
E la memoria, in questa storia, sembra improvvisamente molto corta perché la vicenda del porto non è cominciata con Vesprini. È cominciata molto prima. È cominciata nel 2017 quando durante il Loira bis – secondo quanto emerso nella vicenda – la garanzia fideiussoria che avrebbe dovuto tutelare il Comune rispetto agli obblighi del concessionario venne meno. Qualcuno si dimenticò il rinnovo e il Marina fece sammusà. Da lì si è sviluppata una storia culminata in un contenzioso sui canoni demaniali per una cifra che si aggira attorno a 1,5 milioni di euro, fino alla crisi e al fallimento del Marina Srl.
E oggi, dall’altra parte della barricata, troviamo proprio alcuni dei soggetti che hanno impugnato l’affidamento a SGDS: il gruppo Marinedì e la famiglia Renzi che le hanno provate di tutte ma senza mai tirare fuori soldi e garanzie (il fascicolo al Tribunale di Fermo per la polizza fasulla presentata al Tar è ancora pendente).
Per carità è legittimo ricorrere. È legittimo difendere i propri interessi nelle aule di giustizia. È legittimo rivendicare le proprie ragioni. Ma è altrettanto legittimo ricordare che questa storia non è nata ieri e che il fallimento della precedente gestione, il contenzioso sui canoni e la necessità per il Comune di intervenire sul porto sono tasselli della stessa vicenda.
E allora una domanda diventa inevitabile: cosa dimostra davvero il commento politico sulla sentenza? Dimostra uno sbaglio procedurale? Bene: se ne faccia tesoro e si corregga la procedura. Dimostra l’incapacità dei tecnici comunali? Non sembra questo il punto della sentenza. Dimostra che la gestione pubblica è sbagliata? Nemmeno questo.
Oppure dimostra semplicemente che l’affidamento temporaneo, così come costruito, non era sufficientemente motivato e strutturato sotto il profilo giuridico? Se è questo, allora il compito della politica dovrebbe essere molto semplice: prendere atto, correggere e andare avanti.
Perché c’è una domanda alla quale i teorici (Dem & co) del ritorno al privato dovrebbero rispondere: chi avrebbe dovuto gestire il porto il giorno dopo la decadenza del precedente concessionario? Lasciarlo chiuso?Lasciarlo senza servizi? Lasciarlo senza qualcuno che si occupasse dei diportisti, delle imbarcazioni, della sicurezza e della quotidianità dello scalo? Non si può chiudere, è un servizio di pubblica utilità. Lo dice il Codice.
La scelta del Comune di garantire la continuità della gestione può essere stata proceduralmente censurata. Ma politicamente è difficile sostenere che, davanti a un porto rimasto senza concessionario, la soluzione fosse semplicemente alzare le mani e aspettare!
E qui arriviamo al grande rimorso del dibattito politico sangiorgese: il PRG portuale.
Ogni volta che si parla di porto, qualcuno dell’opposizione tira fuori il piano regolatore portuale come fosse la soluzione di tutti i mali. Come se i miliardi per costruire su area demaniale fossero spiccioli da mettere sul volano porto. Un piano che affonda le radici nella stagione amministrativa precedente e che, curiosamente, viene evocato come se fosse il grande progetto mancato di Porto San Giorgio.
Ma anche qui servirebbe un po’ di onestà politica. Perché c’è una certa contraddizione nel racconto di chi combatte quotidianamente contro il consumo di suolo e il cemento e contemporaneamente immagina, attraverso quel disegno portuale, nuove volumetrie e strutture nell’area del porto, fino all’area di piazza Napoli.
Il cemento è brutto quando lo mette qualcun altro e diventa sviluppo quando è previsto dal proprio progetto?
L’opposizione dovrebbe avere il coraggio di dire cosa vuole davvero: una gestione pubblica costruita meglio oppure il ritorno del privato per fare costruire col cemento? Sventolare la sentenza del Consiglio di Stato come una clava contro Vesprini, vale tanto il ricordo della maggioranza da dove è partita questa storia.
Il porto che oggi tutti vogliono salvare è lo stesso porto che, negli anni della precedente gestione amministrativa, ha accumulato una vicenda fatta di garanzie mancanti, canoni non versati, contenziosi e infine fallimento.
Oggi la partita è un’altra. E sarebbe un peccato trasformarla nell’ennesimo derby politico. Non sarà una sentenza a decidere che porto avrà Porto San Giorgio. Saranno gli atti, i numeri, gli investimenti e la capacità di costruire un progetto credibile.
Questa volta, però, sarebbe bene che nessuno si presentasse al fischio d’inizio fingendo di non sapere come siamo arrivati fin qui.