Ancora chiusure, ancora vetrine spente. Una striscia nera partita con 3 attività che con la fine della bella stagione hanno chiuso definitivamente, altre 2 hanno avviato la liquidazione totale e due che tireranno giù le saracinesche a fine anno. Viale dei Pini, viale Cavallotti, viale don Minzoni, via Giordano Bruno e via Simonetti: una crisi che travolge e la città perde, pezzo dopo pezzo, quel tessuto commerciale che per decenni ha rappresentato vitalità, incontro e identità.

Il fenomeno non è più un’emergenza ma una realtà strutturale che tocca tutta la nazione, soprattutto nei settori abbigliamento e accessori. A Porto San Giorgio si continua a parlare di turismo di qualità, di progetti di rilancio, di marketing territoriale ma intanto il commercio, quello vero, quello che dà lavoro e anima le strade muore di solitudine. Non bastano gli eventi spot o le manifestazioni estive a compensare mesi di vuoto da quì alla prossima primavera: servirebbe una strategia, una visione che finora non si è vista.
Le saracinesche abbassate raccontano molto più delle parole. Raccontano di imprenditori travolti dal crollo dei consumi, di affitti insostenibili, di un centro che non attira più come un tempo e di un tessuto sociale che lentamente si sfalda. Ogni negozio che chiude non è solo un’attività che scompare, ma un pezzo di città che se ne va.
La domanda è semplice: fino a quando Porto San Giorgio continuerà a guardare in silenzio la fine del suo commercio? E soprattutto, chi avrà il coraggio di mettere in campo una visione concreta per invertire la rotta prima che il centro e i quartieri diventi un museo di insegne spente?
Incentivi per i nuovi e i giovani, bandi per riaprire attività in strutture pubbliche a prezzi calmierati (mercato coperto, pinetina) e perché no aumenti delle tasse sugli immobili per chi non applica affitti concordati. Di strumenti per la politica del commercio ci sono, occorre fare in fretta per recuperare luce e posti di lavoro.