Il dato è secco, quasi impietoso: nelle Marche alle regionali ha votato il 50,01% degli aventi diritto (9,6% in meno rispetto al 2020). Un marchigiano su due ha scelto di restare a casa. È un numero che pesa, perché conferma un trend ormai consolidato: la sfiducia crescente degli elettori verso la politica e verso i partiti.
Un tempo l’affluenza alle urne era considerata il termometro della salute democratica: più alta era, più forte appariva il legame tra istituzioni e cittadini. Oggi, invece, siamo di fronte a un’Italia – e a una regione – che si divide in due: chi ancora crede che votare sia un dovere civico e chi non vede più ragioni per recarsi al seggio.

Nelle Marche, come altrove, la politica è diventata spettacolo, scontro di slogan, liturgia di comizi e promesse che raramente trovano riscontro nella vita reale delle persone. La campagna elettorale è stata raccontata come la più importante degli ultimi anni, con big nazionali in passerella, ma i cittadini hanno reagito con freddezza. Non hanno creduto a quella che percepiscono come una gigantesca “lavatrice elettorale”, capace di girare, girare, ma senza produrre nulla di nuovo.
La metà che non vota non è fatta di disinteressati: spesso è composta da persone che lavorano, che faticano, che seguono con attenzione ciò che accade, ma che non si riconoscono più in alcuna offerta politica. È una rinuncia amara, più che un gesto di indifferenza.
Se i partiti non si interrogheranno seriamente su questo dato, se non proveranno a ricostruire un rapporto vero con le comunità, il rischio è che alle prossime tornate elettorali la forbice si allarghi ancora di più. Perché la democrazia non si misura solo nei voti espressi, ma anche e soprattutto in quelli mancati.
La metà dei marchigiani ha scelto di dare fiducia, l’altra metà ha preferito voltarsi dall’altra parte. E il segnale che arriva da questa elezione è chiaro: senza un cambio radicale di linguaggio e di visione, la politica continuerà a parlare a sempre meno persone.